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21 giu 2009

Ah già...ecco la prima, vera, novità 2009!





E' un progetto in nuce, in fieri, in divenire....insomma, siamo ancora in rodaggio, assemblaggio, e forza-e-coraggio. Però la mano c'è...e la storia...beh, quella è tutta sulle mie spalle. Speriamo.
L'autore è un mio nuovo compagno di viaggio. Il secondo autore dal segno umoristico con il quale collaboro concretamente (dopo Giuliano Piccinninno) da quando qualcuno si ostina a dire che faccio "lo sceneggiatore di fumetti" ;-)
Si chiama Massimo Asaro, e insegna come me alla Scuola del Fumetto di Palermo. Quando gli ho proposto questo progetto, il Max ha aderito con grande entusiasmo, e devo dire che nel suo segno (lontano da quello che avevo in mente all'inizio, ma ugualmente efficace, anzi di più) sto trovando gli stessi stimoli che mi diede Gianluca quando mise matita a JEK VANS.
Se son rose...speriamo di non pungerci! ;-)

2009: a volte ritornano...ancora!



Prima Jek Vans, poi Avalonia...e adesso forse...tra qualche mese...non è sicuro niente, ma...anche lui potrebbe tornare ad agitare la spada e finire impigliato nel mantello.
Chi lo sa...il futuro è fluido, e da questo anno di rivoluzioni, involuzioni e casini non mi aspetto sventagliate vittoriose di bandiere. Ma sperarci un po'...perchè no?!
Un 2009 di inattesi ritorni di serie che hanno avuto tutte come conclusione quel fatidico 2006...anno spartiacque della mia vita professionale, anche se in negativo. Sarebbe la chiusura di un cerchio, non c'è dubbio. Un nuovo starting-point. Come dire....un Matta reloaded.

Sul resto del fronte occidentale, tante piccole novità ma, in sostanza, niente di eclatante.
Sono stato di recente a Roma, per raccogliere chiacchiere e possibilità lavorative. E qualcosa sembra essere venuto fuori. Ma di questi tempi è meglio stare con la bocca chiusa fino a cose fatte...quindi, per ora, non aggiungo altro.

Sul resto dei fronti, mi dedico a svariate attività collaterali, tra cui anche lo sviluppo un portale di servizi turistici in Sicilia, curato dalla mia società. Se qualcuno di voi, lontani amici in giro per l'Italia, volesse trascorrere qualche giorno di relax in "terronia"....me lo faccia sapere! ;-)


22 nov 2008

23 mag 2008

A volte ritornano...


Cadaveri eccellenti di storie in animazione sospesa dal 2006 che ritornano, tutte insieme, nel giro di pochi mesi. Mah...comincio davvero a credere che il detto "il tempo è galantuomo" sia vero.
Nell'ordine: La Gabbia Dorata, storia erotica disegnata da Michela Cacciatore (soggetto passato in mano ad altre sceneggiatrici; di mio c'è rimasto solo l'idea e i personaggi); Lisistrata, storia breve di Avalonia, disegni di Maurizio Campidelli, creata per fare da collegamento con altri volumi che non si sono più fatti. Devo confessare che a questo punto mi piacerebbe molto poter mettere la parola FINE alla saga con un ultimo, epico e conclusivo, volume. Ma questi sono solo pii desideri....in mano alle decisioni dell'editore definitivo, Il Tao.
Il resto ancora non si può dire. Se son rose....stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

14 apr 2008

Dal Cassetto: "Villa Transilvania"


Villa Transilvania: La serie (mai partita) che mi è costata in assoluto più fatica, e che mi ha quindi lasciato più delusioni. Progetto messo a punto in un anno di duro lavoro insieme a Giuliano Piccininno e Davide Corsi, con i quali abbiamo selezionato autori, scritto plot per i primi numeri, fatto lavoro di ricerca per nomi, stili grafici e quanto altro possa servire per fare partire una serie "seriamente", se mi consentite l'impiccio di parole.
Chiaramente non doveva fin dall'inizio essere una serie, ma gli accordi prevedevano una mini di 3 numeri dopo il numero zero. Unica storia pubblicata proprio quel numero zero che potete scaricare QUI, in occasione dell'ormai storica Lucca 2005. A rileggerla dopo tre anni ci sono dei dialoghi un po' legnosi, ma le idee delle interazioni tra i personaggi ci sono. Se potessi ripubblicarla li riscriverei, questo è ovvio.

Pur coni suoi limiti, Villa Transilvania rimane il progetto editoriale di cui sono, in assoluto, più orgoglioso. Costruita su temi ed esigenze di mercato, ma senza per questo non riuscire ad essere divertenti ed un pizzico originali, secondo me aveva tutte le caratteristiche...non dico per sfondare, ma per funzionare per un pò di tempo, quello si. Leggetevi la storia e lasciatemi, mai come in questo caso, i vostri commenti.

Una nota: un personaggio della storia ha un bastone parlante, che però può sentire solo lui. Neanche due anni dopo Gualdoni ha usato la stessa trovata per il suo Dottor Voodoo ;-)

10 mar 2008

Dal cassetto: "Giustizia Cieca".

Ecco una storiella che a me è sempre piaciuta tanto.
Era nei miei cassetti da qualche anno, e quando l'anno scorso Niccolò Storai mi ha invitato a partecipare a MOTEL, rivista che invece è rimasta un numero unico, pubblicato da Nicola Pesce Editore, non ho restito alla tentazione di rispolverarla. Soprattutto perchè, visti i tempi in cui viviamo, poteva avere un senso realizzarla. Forse è narrata sul filo della retorica, questo lo ammetto, ma alla fin fine che se ne frega. Avevo voglia di raccontarla e così ho fatto.
La storia è baciata dalle meravigliose chine di Gud, un autore che ha mi ha stupito per l'impaginazione scelta: continua, senza uso della closure.
Sperimentale, ma senza perdere in leggibilità.
E' stata definita simpatica da alcuni, inutile da altri.
Ma si sa, siamo in democrazia e non me la prendo di certo.
Come sempre aspetto i vostri commenti.
Potete scaricarla QUI.

2 mar 2008

Mono 3: Fata Morgana


Stamattina ho scartabellato il mio computer alla ricerca di qualche storiella inedita (o quasi) da pubblicare sul blog. Ho trovato tantissimo materiale, soprattutto soggetti di storie brevi che non ho mai realizzato. Vi prometto che quando riuscirò a concentrarmi un poco, alcune di queste le trasformerò in raccontini.

Intanto accontentatevi di questa meravigliosa monotavola pubblicata nell'ultimo numero di MONO, con ai disegni uno strepitoso Rodolfo Torti, che ancora ringrazio per la disponibilità.
Era una storia a cui tenevo molto, il cui spunto vagava tra i miei neuroni da parecchio tempo, perché è una storia della mia terra, della Sicilia. Dopo l'anteprima di qualche mese fa, e il giusto tempo per lasciare alla rivista il suo corso di vendite, eccola qui.

4 gen 2008

Dal cassetto: "Mamma di fatto"

Una storia realizzata nel 2007 dalla premiata coppia Mattaliano/Storai. L'abbiamo fatta per proporci ad XL di Repubblica, ma non se n'è più fatto nulla. A me piaceva abbastanza, perchè trattava un tema in quel momento "scottante" con la leggerezza della fantasia.
Potete scaricarla QUI. Come sempre, lasciateci le vostre impressioni.
Per quest'anno prometto tante storielle "dal cassetto". Oltre che il reportage da Barcellona ;-)

28 dic 2007

Dal cassetto: Oscar De Angelis.




Oggi voglio farvi un regalo.
Mentre preparo accuratamente il report da Barcellona, voglio condividere con voi una storiella realizzata parecchi anni fa di cui vado ancora orgoglioso.
Sai quando ti innamori del tuo personaggio e cerchi di piazzarlo ogni dove pur di pubblicarlo?! Beh, questo è stato il destino di OSCAR DE ANGELIS, un detective privato milanese creato da Toscano/Mattaliano e da quel mostro di bravura che è Silvestro Nicolaci.

Nessun editore l'ha mai accettato. Forse quando qualche autore di grido darà vita ad una serie a fumetti noir ambientata in Italia (vedi CORNELIO), gli editori si ricorderanno di noi...dimenticando ovviamente che noi ci avevamo pensato qualcosa come 8 anni prima! ;-)
La storia potete scaricarla cliccando sull'immagine qui sopra. Buona lettura e, vi prego, lasciateci i vostri commenti. Da anni siamo curiosi di sapere se questo personaggio potrebbe piacere, oppure no, al popolo dei fumettisti.

PS: Vi avverto che in una tavola c'è uno svarione di ortografia non corretto, perchè ho perso i file del lettering e non ho mai avuto la voglia di rimontarlo. Perdonate la negligenza.

15 ott 2007

Joe, di Toscano/Mattaliano

Due lire e settanta. Tre con la mancia. Lasciò i soldi sulla tavola, assaporando ancora il gusto dell’espresso. Il sapore della sua Italia ritrovata. Avvertì l’umido dell’aria a Palermo in quella sera di marzo del Novecentonove. Fuori dal Caffè Oreto scrollò qualche residuo della cena dal suo tout-de-meme nero e indossò il suo soprabito grigio scuro. In mano l'ombrello e il cappello di feltro, il capo scoperto sembrava calvo tanto corti erano tagliati i suoi capelli radi. Una cena frugale, solitaria. Tra tavoli occupati da gente elegante. Un'aria ben diversa dalla trattoria Saulino in cui aveva conosciuto la sua Adelina, a Little Italy. Pensò a lei, mentre si incamminava per l'Hotel de France. Pensò a sua figlia e alla sua casa a New York, dove il pomeriggio stava appena cominciando. Alle passeggiate sull’Undicesima strada verso Mulberry Street, ai balconi e ai colori d’Italia, di quella piccola Italia di Nuova York che gli mancava, ora che da quasi due settimane girava per l’Italia vera, quella che tredicenne un giorno a Staten Island si era lasciato alle spalle.

Concesse uno sguardo fugace alla maestosa magnolia di Piazza Marina. Alle sue radici che si intrecciavano assumendo le sembianze di arbusti che vivevano di vita propria. Pensò alla Mano Nera che aveva lasciato dall’altra parte dell’Oceano. E alla mafia che in quei giorni siciliani stava conoscendo da vicino. E si rese conto che tali e tante ramificazioni attorno all’imponenza di quell’arbusto centenario avrebbero richiesto a chi si fosse sognato di avventurarsi nell’impresa di smantellare quella pianta, uno sforzo immane. Uno sforzo impensabile per un solo uomo.

Guardò l’orologio d’oro che il presidente Giolitti gli aveva donato durante una di quelle pompose cerimonie che lui non amava affatto. Si era fatto tardi, pensò. Per l’indomani aveva organizzato un’altra ricognizione in quelle distese assolate della provincia di Palermo, il cui silenzio era rotto solo dal frinire delle cicale. Avrebbe incontrato vecchi e giovani sospettosi, intenti ad osservare tutto e tutti, bisbigliare e giocare a carte, davanti ai soliti bar di piazza.
Ma lui era abile a non farsi notare. Solo pochi alti papaveri sapevano del suo arrivo in Sicilia. Aveva voluto lui così. Si muoveva a suo agio solo smuovendo le acque al suo passaggio senza nessun faro che annunciasse il suo arrivo. Come d'abitudine, pensava, ordiva, e poi colpiva. Ma stavolta i suoi affondi sembravano non essere abbastanza veloci. Solo pochi giorni prima aveva visitato gli archivi giudiziari di Caltanissetta. Si aspettava di rintracciare documenti che avrebbero chiarito i legami della mafia siciliana con la Mano Nera. Aveva trovato solo scaffali vuoti, cartelle vuote, scrivanie vuote. Nessuno si ricordava che fine avessero fatto quei fascicoli. Negli occhi di quegli impiegati di provincia lesse l’omertosa espressione di chi sa, ma nega. La stessa espressione che molte volte aveva incontrato nelle sue azioni al di là dell’oceano, dove con gli anni la Mano Nera aveva imparato a temerlo. Ricordò con un sorriso appena accennato le parole del presidente Roosevelt, in occasione della sua nomina a tenente: “Non conosce cosa sia la paura”. Ironico. Lui la paura se la portava sempre dentro. Ma i suoi colleghi in alta uniforme non lo potevano sapere. Lui era una leggenda per loro. E come tutte le leggende, alcuni lo ammiravano, altri lo invidiavano. Ma pochi lo conoscevano veramente.

Una folata di vento portò con se l’odore del mare, distante solo poche decine di metri. Il mare che lo divideva dalla sua casa, il mare che divideva la Sicilia dall’Italia…lo stesso mare che univa le sue due terre in un abbraccio silente, pronto a portare i bisbigli di ordini appena sussurrati. Lui li avrebbe troncati. Per questo era tornato nella sua patria d’origine. Per salvare la sua patria adottiva. Pensò con quel pizzico di esaltazione che scorre nelle vene dei coraggiosi ad una delle sue ultime missioni. Quando era riuscito a irrompere in una bisca clandestina di Little Italy insieme ai suoi compagni, e ad assicurare alla giustizia alcuni luogotenenti della Mano Nera. Ricordò i sorrisi del suo capo, le strette di mano dei suoi colleghi. Ma nei suoi occhi in quel momento non c’era soddisfazione. C’era solo rassegnazione: tutto era molto più grande di quanto non sembrasse. E quando chiese al suo capo di essere mandato in missione segreta in Italia, tutti rimasero sorpresi. Era fatto così. Non si accontentava delle piccole vittorie. Voleva ottenere la vittoria finale sui suoi avversari. Sentì che quella trasferta sarebbe stata proficua, anche se la diffidenza di autorità e cittadini lo sconfortava. Gettò un ultimo sguardo alla magnolia e si incamminò con passo deciso verso il suo albergo.

Il primo colpo lo colse di sorpresa. Sparato alle spalle, nel buio. Si stupì nel pensare che mille e una volta, muovendosi circospetto tra i docks, irriconoscibile in uno dei suoi leggendari travestimenti, si era convinto di non tornare a casa, colpito alle spalle da un qualche moustache pete coi baffi a manubrio. Quel colpo era arrivato, ma dall’altra parte del mondo. Strinse i pugni mentre il secondo proiettile lo centrava. Cercò di aggrapparsi a un’inferriata, ma il suo corpo tarchiato crollò all’esplodere del terzo colpo. Un sicario volle assicurarsi dell’efficacia del suo lavoro, sparandogli un’ultima volta in faccia. Lui si portò la mano al volto ma non sentì il sangue imbrattarla. La morte gli aveva aperto i cancelli, come l’America quel giorno dell’Ottocentosettantatrè, a Staten Island.

Peter Dondero tacque. Istintivamente portò la mano nel taschino e accarezzò il suo distintivo. Riassaporò nella memoria l’amaro delle lacrime di quel giorno, la rabbia di Cassidy, Silva, Corrao, Lagomarsino e di tutti i ragazzi dell’Italian Branch, la squadra che aveva combattuto la Mano Nera guidata da un uomo ruvido, venuto dall’Italia e che in Italia era andato a morire. Il bambino guardò suo padre avvertendo la solennità di quel silenzio. Il poliziotto gli poggiò una mano sulla spalla. E riprese a parlare. "Questa è la storia che tuo padre doveva raccontarti. E’ la storia dell’uomo di cui porti il nome, Joe. E’ la storia che mai devi dimenticare. Che devi ripeterti quando qualche moccioso con le lentiggini ti chiamerà dago, guinea, wop o con qualche altra parola sprezzante che questa gente sputa contro noi italiani. Rispondigli allora che sei italiano come Joe Petrosino. Che sei americano come Joe Petrosino. Oppure non rispondergli affatto. E tira avanti per la tua strada, forte e fiero, come l’uomo di cui porti il nome”.