15 ott 2007

Joe, di Toscano/Mattaliano

Due lire e settanta. Tre con la mancia. Lasciò i soldi sulla tavola, assaporando ancora il gusto dell’espresso. Il sapore della sua Italia ritrovata. Avvertì l’umido dell’aria a Palermo in quella sera di marzo del Novecentonove. Fuori dal Caffè Oreto scrollò qualche residuo della cena dal suo tout-de-meme nero e indossò il suo soprabito grigio scuro. In mano l'ombrello e il cappello di feltro, il capo scoperto sembrava calvo tanto corti erano tagliati i suoi capelli radi. Una cena frugale, solitaria. Tra tavoli occupati da gente elegante. Un'aria ben diversa dalla trattoria Saulino in cui aveva conosciuto la sua Adelina, a Little Italy. Pensò a lei, mentre si incamminava per l'Hotel de France. Pensò a sua figlia e alla sua casa a New York, dove il pomeriggio stava appena cominciando. Alle passeggiate sull’Undicesima strada verso Mulberry Street, ai balconi e ai colori d’Italia, di quella piccola Italia di Nuova York che gli mancava, ora che da quasi due settimane girava per l’Italia vera, quella che tredicenne un giorno a Staten Island si era lasciato alle spalle.

Concesse uno sguardo fugace alla maestosa magnolia di Piazza Marina. Alle sue radici che si intrecciavano assumendo le sembianze di arbusti che vivevano di vita propria. Pensò alla Mano Nera che aveva lasciato dall’altra parte dell’Oceano. E alla mafia che in quei giorni siciliani stava conoscendo da vicino. E si rese conto che tali e tante ramificazioni attorno all’imponenza di quell’arbusto centenario avrebbero richiesto a chi si fosse sognato di avventurarsi nell’impresa di smantellare quella pianta, uno sforzo immane. Uno sforzo impensabile per un solo uomo.

Guardò l’orologio d’oro che il presidente Giolitti gli aveva donato durante una di quelle pompose cerimonie che lui non amava affatto. Si era fatto tardi, pensò. Per l’indomani aveva organizzato un’altra ricognizione in quelle distese assolate della provincia di Palermo, il cui silenzio era rotto solo dal frinire delle cicale. Avrebbe incontrato vecchi e giovani sospettosi, intenti ad osservare tutto e tutti, bisbigliare e giocare a carte, davanti ai soliti bar di piazza.
Ma lui era abile a non farsi notare. Solo pochi alti papaveri sapevano del suo arrivo in Sicilia. Aveva voluto lui così. Si muoveva a suo agio solo smuovendo le acque al suo passaggio senza nessun faro che annunciasse il suo arrivo. Come d'abitudine, pensava, ordiva, e poi colpiva. Ma stavolta i suoi affondi sembravano non essere abbastanza veloci. Solo pochi giorni prima aveva visitato gli archivi giudiziari di Caltanissetta. Si aspettava di rintracciare documenti che avrebbero chiarito i legami della mafia siciliana con la Mano Nera. Aveva trovato solo scaffali vuoti, cartelle vuote, scrivanie vuote. Nessuno si ricordava che fine avessero fatto quei fascicoli. Negli occhi di quegli impiegati di provincia lesse l’omertosa espressione di chi sa, ma nega. La stessa espressione che molte volte aveva incontrato nelle sue azioni al di là dell’oceano, dove con gli anni la Mano Nera aveva imparato a temerlo. Ricordò con un sorriso appena accennato le parole del presidente Roosevelt, in occasione della sua nomina a tenente: “Non conosce cosa sia la paura”. Ironico. Lui la paura se la portava sempre dentro. Ma i suoi colleghi in alta uniforme non lo potevano sapere. Lui era una leggenda per loro. E come tutte le leggende, alcuni lo ammiravano, altri lo invidiavano. Ma pochi lo conoscevano veramente.

Una folata di vento portò con se l’odore del mare, distante solo poche decine di metri. Il mare che lo divideva dalla sua casa, il mare che divideva la Sicilia dall’Italia…lo stesso mare che univa le sue due terre in un abbraccio silente, pronto a portare i bisbigli di ordini appena sussurrati. Lui li avrebbe troncati. Per questo era tornato nella sua patria d’origine. Per salvare la sua patria adottiva. Pensò con quel pizzico di esaltazione che scorre nelle vene dei coraggiosi ad una delle sue ultime missioni. Quando era riuscito a irrompere in una bisca clandestina di Little Italy insieme ai suoi compagni, e ad assicurare alla giustizia alcuni luogotenenti della Mano Nera. Ricordò i sorrisi del suo capo, le strette di mano dei suoi colleghi. Ma nei suoi occhi in quel momento non c’era soddisfazione. C’era solo rassegnazione: tutto era molto più grande di quanto non sembrasse. E quando chiese al suo capo di essere mandato in missione segreta in Italia, tutti rimasero sorpresi. Era fatto così. Non si accontentava delle piccole vittorie. Voleva ottenere la vittoria finale sui suoi avversari. Sentì che quella trasferta sarebbe stata proficua, anche se la diffidenza di autorità e cittadini lo sconfortava. Gettò un ultimo sguardo alla magnolia e si incamminò con passo deciso verso il suo albergo.

Il primo colpo lo colse di sorpresa. Sparato alle spalle, nel buio. Si stupì nel pensare che mille e una volta, muovendosi circospetto tra i docks, irriconoscibile in uno dei suoi leggendari travestimenti, si era convinto di non tornare a casa, colpito alle spalle da un qualche moustache pete coi baffi a manubrio. Quel colpo era arrivato, ma dall’altra parte del mondo. Strinse i pugni mentre il secondo proiettile lo centrava. Cercò di aggrapparsi a un’inferriata, ma il suo corpo tarchiato crollò all’esplodere del terzo colpo. Un sicario volle assicurarsi dell’efficacia del suo lavoro, sparandogli un’ultima volta in faccia. Lui si portò la mano al volto ma non sentì il sangue imbrattarla. La morte gli aveva aperto i cancelli, come l’America quel giorno dell’Ottocentosettantatrè, a Staten Island.

Peter Dondero tacque. Istintivamente portò la mano nel taschino e accarezzò il suo distintivo. Riassaporò nella memoria l’amaro delle lacrime di quel giorno, la rabbia di Cassidy, Silva, Corrao, Lagomarsino e di tutti i ragazzi dell’Italian Branch, la squadra che aveva combattuto la Mano Nera guidata da un uomo ruvido, venuto dall’Italia e che in Italia era andato a morire. Il bambino guardò suo padre avvertendo la solennità di quel silenzio. Il poliziotto gli poggiò una mano sulla spalla. E riprese a parlare. "Questa è la storia che tuo padre doveva raccontarti. E’ la storia dell’uomo di cui porti il nome, Joe. E’ la storia che mai devi dimenticare. Che devi ripeterti quando qualche moccioso con le lentiggini ti chiamerà dago, guinea, wop o con qualche altra parola sprezzante che questa gente sputa contro noi italiani. Rispondigli allora che sei italiano come Joe Petrosino. Che sei americano come Joe Petrosino. Oppure non rispondergli affatto. E tira avanti per la tua strada, forte e fiero, come l’uomo di cui porti il nome”.

8 commenti:

Lollo ha detto...

Me piaseeeee!
Ciao, Matta. A presto!

Ketty Formaggio ha detto...

wow! Bello! ^__^

Matta ha detto...

grazie :-)

Cirincione ha detto...

Mi è piaciuto molto, il finale mi ha anche emozionato... sono un cuore tenero, sotto sotto ghghghgh

s.t. ha detto...

però l'ordine corretto di firma è Mattaliano-Toscano

ps scusa la latitanza, settimana infame. Ti chiamo a breve

Il coautore

Matta ha detto...

lo so che l'ordine sarebbe inverso, ma come tu ben sai mi piace come suona Toscano-Mattaliano ;-)

IL GABBRIO ha detto...

Veramente bello, tra mille impegni ho saltato qualche blog ultimamente, tra cui il tuo...meno male che ho trovato belle cose da leggere al mio ritorno!!! : )

Ma è il prologo di una futura storia a fumetti?

Matta ha detto...

No...è un raccontino apparso sul numero uno di Mono ed è ispirato agli ultimi momenti di vita del poliziotto italoamericano Joe Petrosino.
Spero vi sia piaciuto...ci tenevo molto a pubblicarlo.
ciao