18 nov 2007

Tu chiamala se vuoi....graphic novel.

Ovvero romanzo grafico.
Oppure, semplicemente, romanzo a fumetti.
E noi oggi parliamo proprio di un romanzo a fumetti.
Di un GRANDE romanzo a fumetti, se mi consentite.

Un romanzo a fumetti "all'italiana"...se permettete questa definizione, che in qualche modo lo vorrebbe inquadrare, pur con tutte le dovute riserve, nel glorioso filone del nostro fumetto popolare.

Romanzi a fumetti Bonelli n. 2:
GLI OCCHI E IL BUIO
Scritto e Disegnato da Gigi Simeoni.
Sergio Bonelli Editore, Euro 8,00.

Simeoni non avrà la sperimentazione grafica di Igort, la freschezza ingenua di Gipi, la forza espressiva minimalista di chissa chi, o il tratto nervoso e cinematografico di chissà chi altro. Ma di una cosa potete stare certi: è uno che sa RACCONTARE una storia. Con le parole e con le immagini. E, se devo dire la mia, anche un'ottima storia.
E' questo, lasciatemelo dire, non è cosa da poco, visto che ormai la graphic novel sta cominciando a diventare un termine quasi pubblicitario e di moda per "spacciare" polpettoni fumettistici in libreria. E non sempre chi si pavoneggia di aver scritto un Graphic Novel ha la più pallida idea di che cosa significa raccontare una storia a fumetti. Non voglio entrare in polemica ma si, il riferimento era proprio al team Carofiglio.

GLI OCCHI E IL BUIO è una storia meravigliosamente narrata dal punto di vista "del cattivo". Con tutti i meccanismi tipici del foulletton, dal quale eredita non solo la coraggiosa e abbastanza inedita ambientazione italiana di inizio secolo scorso, ma anche quel gusto per "l'anticipazione" scientifica che poi è diventato la cifra stilistica di autori come Verne.

Se vogliamo dirla tutta, una storia molto più sperimentale e azzeccata per essere un one-shot di quanto non sia stato Dragonero. Secondo me la Bonelli, con la professionalità dei suoi autori, ha segnato un altro punto a suo favore. Alla faccia di tutti quelli che la accusano di non sapersi evolvere. Prima le miniserie (alcune riuscite, altre meno), adesso i romanzi.

Si cambia il formato editoriale, si sperimentano nuovi percorsi narrativi, gli autori possono spaziare liberamente in ambientazioni inedite ed affascinanti (vedi quel capolavoro che è la miniserie di Volto Nascosto!!!), ma la professionalità dell'intrattenere, del saper tirare fuori le storie appassionanti, è una cosa che i suoi autori sanno fare bene. E Simeoni è tra questi.

17 nov 2007

Facezie, amenità e divertissement (3)


Un nuovo amico in rete.
SalvoImpressioni.
Creatività artistica di un designer pubblicitario con manie di sperimentazione.
Non fatevi impressionare...e lasciategli le vostre, di impressioni.

15 nov 2007

Facezie, amenità e divertissement (2)

CORRERE O TROMBARE?

Quando corri sei solo. Se si corre con qualcuno è inevitabile che si cerchi di correre più veloci dell'altro.
Trombando no, si cerca sempre di raggiungere la meta assieme.
Pertanto, trombare "Sviluppa il lavoro di gruppo e combatte l'egoismo".
Correre no.

Per correre è necessario l'acquisto di molti indumenti, anche costosi.
Per trombare è invece sufficiente togliere gli indumenti che si indossano.
Come si può constatare, trombare "Sviluppa il senso del risparmio e combatte il consumismo sfrenato".
Correre no.

Per correre è necessario alzarsi dal letto.
Per trombare è tutto il contrario. Tutti sappiamo che nel letto si sta meglio che in qualsiasi altro posto.
Pertanto, trombare è un modo per "Esercitarsi nel nostro posto migliore".
Correre no.

Correre esige un grande sforzo, in cambio di poco piacere.
Trombare da' invece un enorme piacere e lo sforzo è minimo.
Così scopriamo che trombando "Otteniamo il massimo col minimo sforzo",
una regola fondamentale che non viene conseguita correndo.

Dopo la corsa normalmente ci si ritrova di malumore, a causa della stanchezza, e fanno male le ginocchia.
Al contrario, dopo una trombata ci si ritrova con un sorriso da orecchio a orecchio.
E' chiaro che trombando "Scopriamo l'allegria del vivere".
Correndo no.

Se ti chiamano per correre, in genere trovi scuse per non andarci.
Ora, siamo sinceri: dovesse trattarsi di trombare... eh? A qualsiasi ora esci di corsa.
E' chiaro: trombare "Aumenta il senso della puntualità".
Correre, invece, no.

La morale è chiara.....
NELLA VITA HAI SBAGLIATO TUTTO!!!!
STAI CORRENDO TROPPO!!!



Ps: la prossima volta si torna a parlare di fumetti....

6 nov 2007

E finalmente Di Gregorio bissa!

LA STANZA NUMERO 63
Soggetto e Sceneggiatura: Giovanni Di Gregorio
Disegni: Ugolino Cossu
Copertina: Angelo Stano

Un pericoloso assassino si è asserragliato all’interno un vecchio studio cinematografico in disuso. Minacciando di uccidere l’ostaggio che è nelle sue mani (la giovane e bella cliente di Dylan Dog) il maniaco costringe Bloch a entrare nell’edificio, solo e disarmato. Una situazione che sembra la classica resa dei conti al termine di una storia già vista, ma che si rivelerà invece una spaventosa avventura ai confini dell’impossibile. Una nuova sfida per l’Indagatore dell’Incubo che, invischiato in un assurdo gioco mortale, non potrà sbagliare una mossa se vorrà sfuggire ai tranelli che lo attendono stanza dopo stanza.

Dal 28 Novembre in tutte le edicole!

2 nov 2007

....esci e fatti un regalo!

In giorni come questi, di solito esco e mi faccio un regalo.
Spulcio su internet le ultime novità e scopro questa chicca.
Sedici racconti di maestri del noir italiano rendono omaggio al padre del genere, Giorgio Scerbanenco, creatore dell'indimenticabile Duca Lamberti, con altrettanti nuovi racconti che hanno per protagonista questo tormentato medico-detective radiato dall'albo per avere praticato l'eutanasia ad una sua paziente in agonia.
Duca Lamberti è stato protagonista di 4 romanzi che hanno riscritto un genere, quello del noir, forse fino a quel momento mai veramente nato in Italia. Il volume, tra l'altro, contiene anche le due tracce, finora inedite, che lo stesso Scerbanenco aveva stilato per i seguenti romanzi con "il Duca". Imperdibile, cacchio.

Vorrei anche dirvi che per il mio compleanno mi sono regalato Buona Apocalisse a tutti, di Gaiman/Pratchett. A quanto sembra, a detta dei molti che l'hanno già letto, il miglior romanzo di Gaiman. Vi saprò dire di entrambi.

Farewell Lucca my love...

Ci saranno Lorenzo (con il libro del suo Cuori da Bar) , la Barbato (che volevo conoscere da anni), la festa per i dieci anni di Innocent Victim, Diego con le sue novità, Michele Medda, che non veniva a Lucca da anni, Stefano, con il secondo volume di Cuba, Bruno e Stefano Enna, tutti i ragazzi del Gruppo Trinacria, e decine di altri colleghi, amici e conoscenti che vedo, come sempre, una volta l'anno.

Quest'anno neanche quello. Stavolta Lucca salta. Per la prima volta da 5 o 6 anni. Anche se, per come mi sento ora, prenderei il primo aereo, anche a mille euro, e ci andrei.
O meglio. Prenderei il primo aereo e me scapperei.
Non posso? Non voglio? Non lo so. Forse in questo momento non me ne fotte niente.
Ci sono momenti della vita in cui ti sembra di perdere tutto.
Questo è uno di quei momenti. E, per farvi capire, Lucca non è certo la cosa più importante...

Se mi volete bene, fatemi un favore. Divertitevi anche per me. Fate come se fossi li. Offritemi un bicchiere di vino ogni tanto, e fate una battuta su di me.
Have a good time in Lucca.
Farewell Lucca, my love...

15 ott 2007

Joe, di Toscano/Mattaliano

Due lire e settanta. Tre con la mancia. Lasciò i soldi sulla tavola, assaporando ancora il gusto dell’espresso. Il sapore della sua Italia ritrovata. Avvertì l’umido dell’aria a Palermo in quella sera di marzo del Novecentonove. Fuori dal Caffè Oreto scrollò qualche residuo della cena dal suo tout-de-meme nero e indossò il suo soprabito grigio scuro. In mano l'ombrello e il cappello di feltro, il capo scoperto sembrava calvo tanto corti erano tagliati i suoi capelli radi. Una cena frugale, solitaria. Tra tavoli occupati da gente elegante. Un'aria ben diversa dalla trattoria Saulino in cui aveva conosciuto la sua Adelina, a Little Italy. Pensò a lei, mentre si incamminava per l'Hotel de France. Pensò a sua figlia e alla sua casa a New York, dove il pomeriggio stava appena cominciando. Alle passeggiate sull’Undicesima strada verso Mulberry Street, ai balconi e ai colori d’Italia, di quella piccola Italia di Nuova York che gli mancava, ora che da quasi due settimane girava per l’Italia vera, quella che tredicenne un giorno a Staten Island si era lasciato alle spalle.

Concesse uno sguardo fugace alla maestosa magnolia di Piazza Marina. Alle sue radici che si intrecciavano assumendo le sembianze di arbusti che vivevano di vita propria. Pensò alla Mano Nera che aveva lasciato dall’altra parte dell’Oceano. E alla mafia che in quei giorni siciliani stava conoscendo da vicino. E si rese conto che tali e tante ramificazioni attorno all’imponenza di quell’arbusto centenario avrebbero richiesto a chi si fosse sognato di avventurarsi nell’impresa di smantellare quella pianta, uno sforzo immane. Uno sforzo impensabile per un solo uomo.

Guardò l’orologio d’oro che il presidente Giolitti gli aveva donato durante una di quelle pompose cerimonie che lui non amava affatto. Si era fatto tardi, pensò. Per l’indomani aveva organizzato un’altra ricognizione in quelle distese assolate della provincia di Palermo, il cui silenzio era rotto solo dal frinire delle cicale. Avrebbe incontrato vecchi e giovani sospettosi, intenti ad osservare tutto e tutti, bisbigliare e giocare a carte, davanti ai soliti bar di piazza.
Ma lui era abile a non farsi notare. Solo pochi alti papaveri sapevano del suo arrivo in Sicilia. Aveva voluto lui così. Si muoveva a suo agio solo smuovendo le acque al suo passaggio senza nessun faro che annunciasse il suo arrivo. Come d'abitudine, pensava, ordiva, e poi colpiva. Ma stavolta i suoi affondi sembravano non essere abbastanza veloci. Solo pochi giorni prima aveva visitato gli archivi giudiziari di Caltanissetta. Si aspettava di rintracciare documenti che avrebbero chiarito i legami della mafia siciliana con la Mano Nera. Aveva trovato solo scaffali vuoti, cartelle vuote, scrivanie vuote. Nessuno si ricordava che fine avessero fatto quei fascicoli. Negli occhi di quegli impiegati di provincia lesse l’omertosa espressione di chi sa, ma nega. La stessa espressione che molte volte aveva incontrato nelle sue azioni al di là dell’oceano, dove con gli anni la Mano Nera aveva imparato a temerlo. Ricordò con un sorriso appena accennato le parole del presidente Roosevelt, in occasione della sua nomina a tenente: “Non conosce cosa sia la paura”. Ironico. Lui la paura se la portava sempre dentro. Ma i suoi colleghi in alta uniforme non lo potevano sapere. Lui era una leggenda per loro. E come tutte le leggende, alcuni lo ammiravano, altri lo invidiavano. Ma pochi lo conoscevano veramente.

Una folata di vento portò con se l’odore del mare, distante solo poche decine di metri. Il mare che lo divideva dalla sua casa, il mare che divideva la Sicilia dall’Italia…lo stesso mare che univa le sue due terre in un abbraccio silente, pronto a portare i bisbigli di ordini appena sussurrati. Lui li avrebbe troncati. Per questo era tornato nella sua patria d’origine. Per salvare la sua patria adottiva. Pensò con quel pizzico di esaltazione che scorre nelle vene dei coraggiosi ad una delle sue ultime missioni. Quando era riuscito a irrompere in una bisca clandestina di Little Italy insieme ai suoi compagni, e ad assicurare alla giustizia alcuni luogotenenti della Mano Nera. Ricordò i sorrisi del suo capo, le strette di mano dei suoi colleghi. Ma nei suoi occhi in quel momento non c’era soddisfazione. C’era solo rassegnazione: tutto era molto più grande di quanto non sembrasse. E quando chiese al suo capo di essere mandato in missione segreta in Italia, tutti rimasero sorpresi. Era fatto così. Non si accontentava delle piccole vittorie. Voleva ottenere la vittoria finale sui suoi avversari. Sentì che quella trasferta sarebbe stata proficua, anche se la diffidenza di autorità e cittadini lo sconfortava. Gettò un ultimo sguardo alla magnolia e si incamminò con passo deciso verso il suo albergo.

Il primo colpo lo colse di sorpresa. Sparato alle spalle, nel buio. Si stupì nel pensare che mille e una volta, muovendosi circospetto tra i docks, irriconoscibile in uno dei suoi leggendari travestimenti, si era convinto di non tornare a casa, colpito alle spalle da un qualche moustache pete coi baffi a manubrio. Quel colpo era arrivato, ma dall’altra parte del mondo. Strinse i pugni mentre il secondo proiettile lo centrava. Cercò di aggrapparsi a un’inferriata, ma il suo corpo tarchiato crollò all’esplodere del terzo colpo. Un sicario volle assicurarsi dell’efficacia del suo lavoro, sparandogli un’ultima volta in faccia. Lui si portò la mano al volto ma non sentì il sangue imbrattarla. La morte gli aveva aperto i cancelli, come l’America quel giorno dell’Ottocentosettantatrè, a Staten Island.

Peter Dondero tacque. Istintivamente portò la mano nel taschino e accarezzò il suo distintivo. Riassaporò nella memoria l’amaro delle lacrime di quel giorno, la rabbia di Cassidy, Silva, Corrao, Lagomarsino e di tutti i ragazzi dell’Italian Branch, la squadra che aveva combattuto la Mano Nera guidata da un uomo ruvido, venuto dall’Italia e che in Italia era andato a morire. Il bambino guardò suo padre avvertendo la solennità di quel silenzio. Il poliziotto gli poggiò una mano sulla spalla. E riprese a parlare. "Questa è la storia che tuo padre doveva raccontarti. E’ la storia dell’uomo di cui porti il nome, Joe. E’ la storia che mai devi dimenticare. Che devi ripeterti quando qualche moccioso con le lentiggini ti chiamerà dago, guinea, wop o con qualche altra parola sprezzante che questa gente sputa contro noi italiani. Rispondigli allora che sei italiano come Joe Petrosino. Che sei americano come Joe Petrosino. Oppure non rispondergli affatto. E tira avanti per la tua strada, forte e fiero, come l’uomo di cui porti il nome”.